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La scomparsa di Emanuela Orlandi

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  • Domenica, 13 Aprile 2014 10:33

Emanuela Orlandi è una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparsa in circostanze misteriose il 22 giugno 1983 all'età di 15 anni.

Quella che all'inizio poteva sembrare la normale sparizione di una adolescente divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana che coinvolse lo Stato Vaticano, lo Stato Italiano, lo IOR, la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano e i servizi segreti di diversi Stati, in un intreccio che ancora oggi non è stato completamente districato.

Alla scomparsa di Emanuela è stata collegata la sparizione di un'altra adolescente, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, scomparsa il 7 maggio 1983 da Roma e mai più ritrovata.

Emanuela Orlandi frequentava una scuola di musica in Piazza Sant'Apollinare a Roma.

Il giorno della scomparsa incontrò uno sconosciuto, alla guida di una BMW verde, che le offrì un lavoro di vendita di cosmetici per la Avon pagato esageratamente (circa 375.000 lire dell'epoca!).

Emanuela rispose che prima di accettare avrebbe dovuto chiedere il permesso ai genitori.

Verso le 19, dopo essere uscita dalla lezione, telefonò a casa per riferire la proposta che le era stata fatta: parlò con la sorella la quale le disse di tornare subito a casa per discuterne con la madre. Questo fu l'ultimo contatto che Emanuela ebbe con la famiglia.

Dopo la telefonata, Emanuela si confidò con una amica, Raffaella Monzi che, verso le 19,30, la accompagnò alla fermata dell'autobus. Poco dopo Emanuela fu vista da un vigile urbano, in servizio davanti al Senato, al quale chiese dove si trovava la Sala Borromini.

Il vigile riferì alle forze dell'ordine che la ragazza era in compagnia di un uomo alto circa 175 cm., sui 35 anni, snello, con in mano una valigetta e una BMW scura sulla quale fu vista salire la ragazza.

Dall'identikit che fu tracciato, si notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana ma la cosa, stranamente, non ebbe seguito.

Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.

Da quel momento cominciarono ad arrivare alla famiglia Orlandi una serie di telefonate, molte non attendibili ma parecchie preziose per i familiari in quanto riferivano di particolari che soltanto chi conosceva la ragazza poteva sapere come ad esempio il fatto che suonasse il flauto, era astigmatica e si vergognava di portare gli occhiali.

Il 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro.

Il 5 luglio giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. Un uomo, ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano", affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi. Chiamava in causa Mehmet Ali Agca, l'uomo che aveva sparato al Papa un paio di anni prima, chiedendo un intervento del Pontefice affinchè venisse liberato.

Il 17 luglio venne fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che implorava aiuto.

In totale, le telefonate dell'Amerikano furono 16 ma l'uomo, che non fu mai rintracciato, non aprì nessuna reale pista.

In un comunicato del 20 novembre 1984 i Lupi grigi dichiararono di custodire nelle loro mani entrambe le ragazze.

Secondo alcuni giornali l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello IOR, la banca vaticana: gli specialisti del SISDE ritennero affidabili alcuni messaggi pervenuti alla famiglia che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina, di cultura anglosassone molto elevata e con una conoscenza sia del mondo ecclesiastico che del Vaticano, oltre alla conoscenza approfondita di diverse zone di Roma.

Nel luglio del 2005, alla redazione del programma Chi l'ha visto? arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare. Si scoprì così che l'illustre defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis.

Dopo queste rivelazioni, una telefonata anonima diceva di chiedere informazioni in un bar di Via Montebello.

Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, l'altra ragazza scomparsa.

Nel 2006 una giornalista raccolse una intervista di Sabrina Minardi che tra il 1982 ed il 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis.

Secondo la Minardi Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo gettato in una betoniera a Torvaianica.

Stando a quanto riportato dalla donna, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine di monsignor Marcinkus "come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro".

Le dichiarazioni della Minardi hanno acquistato credibilità nell'agosto del 2008, a seguito del ritrovamento della BMW che la stessa Minardi ha raccontato di aver utilizzato per il trasporto di Emanuela Orlandi e che risulta essere appartenuta prima a Flavio Carboni, imprenditore coinvolto nel caso Roberto Calvi, e successivamente ad uno dei componenti della Banda della Magliana.

Il 21 novembre 2009 la Minardi raccontò che Emanuela Orlandi aveva trascorso i primi quindici giorni di prigionia a Torvaianica, nella casa di proprietà dei suoi genitori.

Il 2 febbraio 2010 il fratello di Emanuela, Pietro, ha incontrato Ali Agca dal quale ha ricevuto rassicurazioni sul fatto che Emanuela è viva e ritornerà presto a casa. Secondo l'ex Lupo grigio la ragazza è reclusa in una villa in Francia, ma presto sarà liberata.

Nel luglio del 2010 è stato dato dal Vicariato di Roma il via libera all'ispezione della tomba di Enrico De Pedis.

Secondo il giornalista Pino Nicotri, che si è occupato a lungo di questa vicenda, le presunte svolte nelle indagini e il coinvolgimento di organizzazioni criminali, non sarebbero da ricondursi a un complotto internazionale, ma obbedirebbero ad una catena di eventi opportunistici di cui le alte sfere vaticane si sarebbero servite per insabbiare la scabrosa vicenda.